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    La «vicenda Sarkozy» e la tenuta dello stato di diritto in Francia [di Paolo Passaglia]

    Descrivere la «vicenda Sarkozy» non è un compito semplice, soprattutto se lo si debba contenere entro un numero di caratteri limitato. La «vicenda» si articola, infatti, in una serie di procedimenti penali il cui collegamento è dato principalmente dalla figura dell’ex-Presidente della Repubblica. Nicolas Sarkozy, sesto presidente della Quinta Repubblica (2007-2012), ha così fatto segnare alcune «prime volte» nella storia, di cui avrebbe volentieri fatto a meno.

    Senza eccedere nei dettagli, è però indispensabile dare un quadro sommario dello stato dei procedimenti penali che lo hanno coinvolto come imputato. Sono tre, in particolare, quelli da menzionare.

    La c.d. «Affaire des écoutes» ha condotto alla condanna in via definitiva di Sarkozy per corruzione. La pronuncia della Corte di cassazione, che nel dicembre 2024 ha confermato la condanna della Corte d’appello a tre anni di reclusione, di cui uno da scontare effettivamente (c.d. prison ferme), nella forma della detenzione domiciliare con braccialetto elettronico. Per la prima volta un ex-Presidente era imputato per corruzione, per la prima volta un ex-Presidente è stato condannato alla prison ferme. Non è stato, peraltro, il primo caso di condanna penale di un ex-Presidente, poiché, nel 2011, Jacques Chirac era stato condannato, per abusi compiuti durante il suo mandato come sindaco di Parigi, a due anni di reclusione con la condizionale (la condanna in primo grado non era stata impugnata, viste anche le precarie condizioni di salute dell’imputato).

    Nel febbraio 2025, il braccialetto è stato effettivamente apposto, per essere ritirato, a maggio, quando il compimento del settantesimo anno di età ha reso Sarkozy eleggibile al beneficio della liberazione condizionale. La condanna penale subita ha tuttavia condotto al ritiro, lo scorso giugno, della Légion d’honneur: Sarkozy è così divenuto il secondo capo di Stato a subirlo dopo il Maresciallo Pétain, capo del regime collaborazionista di Vichy.

    Un secondo procedimento, nell’ambito della c.d. «Affaire Bygmalion», riguarda reati commessi per occultare lo sforamento delle spese per la campagna elettorale del 2012. Sarkozy è stato condannato, in appello, a un anno di reclusione, di cui sei mesi di prison ferme, nella forma della detenzione domiciliare con braccialetto elettronico. La sentenza della Corte di cassazione è attesa per il prossimo 26 novembre.

    Infine, l’«Affaire Sarkozy-Kadhafi» concerne il finanziamento della campagna elettorale del 2007 da parte del regime libico del colonnello Geddafi. Il 25 settembre scorso, in primo grado, Sarkozy è stato condannato per associazione a delinquere, avendo lasciato agire in suo nome i suoi più stretti collaboratori per il finanziamento della campagna in cambio di contropartite diplomatiche, economiche e giuridiche, tra cui la promessa dell’annullamento del mandato d’arresto per Abdallah Senoussi, negoziatore e figura eminente del regime, condannato all’ergastolo in Francia per atti di terrorismo. La pena principale, di cinque anni di reclusione, è stata assortita da un mandat de dépôt, cioè di un mandato di arresto, da eseguire successivamente all’udienza, per tradurre il condannato effettivamente in carcere. Il 21 ottobre Sarkozy è divenuto quindi il primo ex-Presidente francese ad acquisire lo status di detenuto.

    Come si vede, il dossier giudiziario è piuttosto ricco e stratificato. Sarkozy non è, ovviamente, il primo uomo politico francese ad avere problemi con la giustizia. Oltre a Chirac, tre primi ministri della Quinta Repubblica hanno subito condanne (Édith Cresson, Alain Juppé, François Fillon). Restando all’attualità, non si può omettere il riferimento alla condanna di Marine Le Pen a quattro anni di reclusione per appropriazione indebita, pronunciata in primo grado nello scorso mese di aprile. E l’elenco degli esempi potrebbe essere ben più lungo.

    La vicenda Sarkozy, tuttavia, presenta alcuni elementi che la rendono particolare, o forse meglio rivelatrice.

    I presidenti o ex-presidenti della Repubblica vanno tenuti nettamente distinti, sul piano ordinamentale, dalle altre figure politiche di spicco. Per questi ultimi, i rapporti e le tensioni tra politica e magistratura seguono schemi che, in caso di condanna, si riproducono con una certa prevedibilità. Le denunce di una persecuzione giudiziaria e le critiche anche molto virulente che le sentenze suscitano in una parte dell’opinione pubblica e (soprattutto) delle forze politiche sono certo preoccupanti, ma sono anche, per così dire, quasi normali, o almeno preventivabili.

    Nel caso di Sarkozy c’è questa dinamica, ma c’è anche ben altro. Ciò in virtù, soprattutto, dell’art. 64 della Costituzione del 1958, il cui primo comma stabilisce che «[i]l Presidente della Repubblica è garante dell’indipendenza dell’autorità giudiziaria». Anche se Sarkozy, specie nel periodo in cui è stato un Ministro dell’interno dedito alla politica del «Law and Order» (anni 2002-2004 e 2005-2007), non ha avuto rapporti idilliaci con la magistratura, non di rado accusata di lassismo, da Capo dello Stato ha esercitato comunque una carica che implicava anche un ruolo di garanzia. E, quindi, constatare retrospettivamente che i fatti da cui sono scaturite le condanne sono contemporanei o subito anteriori, ma comunque lato sensu connessi, al mandato presidenziale restituisce l’idea di un cortocircuito piuttosto inquietante sul piano degli equilibri istituzionali e della separazione dei poteri.

    Per quanto paradossale possa apparire, però, proprio questo cortocircuito fa emergere, in controluce, tutta la solidità dello stato di diritto in Francia.

    Le condanne non hanno colpito, infatti, un ex-Presidente ormai fuori dalla politica: per quanto non più attivo in prima persona, Sarkozy intrattiene ancora una fitta rete di rapporti con esponenti politici di altissimo livello, a partire dal Presidente della Repubblica in carica: basti pensare che Emmanuel Macron lo ha ricevuto all’Eliseo il giorno prima della sua incarcerazione.

    Le indagini sono state lunghe e complesse, i processi sono durati molti anni e, a oggi, solo uno si è definito, mentre un secondo dovrebbe giungere a conclusione tra breve. Da questa durata si può cogliere tutta l’attenzione con cui i procedimenti sono stati condotti, con quanto ne discende anche in termini di garanzia per i vari indagati e imputati. Le differenziazioni tra le posizioni di questi ultimi e le parzialmente diverse valutazioni tra magistratura giudicante e magistratura requirente (tutti aspetti che qui si affermano in maniera apodittica, non avendo modo di soffermarcisi) denotano dinamiche pienamente inquadrabili nei cardini dello stato di diritto. Anzi, di uno stato di diritto ben consolidato.

    Da tutto questo, non può dirsi che la politica sia rimasta estranea. La politica, nelle sue varie estrinsecazioni, ha mostrato ora appoggio a Sarkozy (come a Marine Le Pen), adducendo ipotesi di accanimento, ora, viceversa, sostegno alla magistratura, in nome della piena soggezione al diritto dei titolari del potere. Ma gli interventi della politica si sono dispiegati nelle sedi deputate al confronto tra opinioni, nell’esercizio legittimo della facoltà di critica.

    È su questo punto specifico che si coglie la reale tenuta del sistema.

    A fronte di inevitabili tensioni discendenti dalla soggezione a molteplici procedure penali di un ex-Presidente della Repubblica che era – ed è – esponente di spicco di uno schieramento politico ancora decisivo nello scacchiere istituzionale, la politica ha mostrato interesse e attenzione per ciò che andava concretizzandosi nelle aule dei tribunali. Senza, tuttavia, andare oltre; senza cercare, cioè, di condizionare, in alcun modo, l’evoluzione dei processi in corso.

    Per un ordinamento come quello francese, sovente criticato, in una prospettiva comparatistica, per non essere sufficientemente attento all’indipendenza della magistratura (il precitato art. 64 Cost. è di per sé assai poco confortante, specie considerando che il Capo dello Stato è uno dei due vertici del potere esecutivo), l’aver lasciato alla giustizia la possibilità di concretizzarsi libera da ingerenze è un indice molto significativo della tenuta del sistema delle garanzie. Prendendo spunto da questo, verrebbe quasi da chiedersi se non sia il caso di misurare l’indipendenza della magistratura, non tanto alla luce delle disposizioni costituzionali, quanto piuttosto in base alla prassi concreta. E, su quest’ultimo punto, un rilievo del tutto particolare dovrebbe essere riservato all’analisi di quanto la politica interferisca o meno sull’andamento dei processi. Ponendosi in quest’ottica, sistemi che vengono ritenuti particolarmente efficaci nel garantire l’indipendenza della magistratura potrebbero, forse, essere visti sotto una luce diversa, e mostrare più di qualche ombra.

    Ogni riferimento a esperienze concrete è volutamente omesso.

     

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    Paolo Passaglia2 novembre 2025

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