Nel dibattito che negli ultimi mesi ha interessato il ruolo della Scuola della magistratura italiana, l’attenzione si è concentrata soprattutto sulle dinamiche interne, sugli equilibri fra maggioranza e minoranza e sulle tensioni che inevitabilmente accompagnano ogni fase complessa della vita istituzionale. È un confronto legittimo e, in larga parte, fisiologico, purché non venga ricondotto alla logica riduttiva di uno scontro fra anima conservatrice e anima progressista della Scuola. Sarebbe un errore ritenere che il futuro della Scuola Superiore della Magistratura si giochi esclusivamente su questo terreno. Per un verso, dovrebbe essere chiaro che le ragioni della minoranza – soprattutto se composta di magistrati togati che rappresentano idealmente tutti i destinatari della formazione – non possono essere tacitate in nome della prevalenza di una compatta maggioranza composta in prevalenza dalla componente laica della Scuola. A deporre in questa direzione è l’idea stessa che sorregge la Scuola, orientata a garantire l’autonomia e indipendenza della magistratura.
La vera questione riguarda il ruolo che la Scuola è chiamata a svolgere in una stagione nella quale stanno cambiando profondamente la giurisdizione - anche per effetto di un massiccio ingresso in magistratura di giovani magistrati - le modalità di formazione dei magistrati e le relazioni tra le istituzioni che concorrono al buon funzionamento della giustizia.
La Scuola non rappresenta soltanto una struttura amministrativa dedicata all’aggiornamento professionale. Essa costituisce uno dei luoghi nei quali si forma la cultura della giurisdizione e si salvaguarda lo Stato di diritto. Attraverso la formazione si consolidano metodi di lavoro, si sviluppano competenze, si costruisce la consapevolezza del ruolo costituzionale del giudice, del rapporto con i diritti fondamentali, con il diritto dell’Unione europea, con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e con le grandi sfide che attraversano le democrazie contemporanee. Temi, questi ultimi, sui quali vanno mantenuti accesi i riflettori, proprio per fenomeni che in diversi contesti tendono a mettere in discussione il ruolo delle fonti sovranazionali e la comune cultura europea dei diritti. La formazione giudiziaria è, dunque, componente essenziale della qualità della giurisdizione stessa. La sua missione consiste nel garantire uno spazio nel quale culture professionali differenti possano confrontarsi secondo le regole della conoscenza, dello studio e dell’argomentazione.
Il pluralismo costituisce una ricchezza della magistratura. Una giurisdizione moderna vive del confronto fra sensibilità diverse, approcci interpretativi differenti, esperienze professionali molteplici. Il problema sorge quando il confronto culturale viene sostituito dalla contrapposizione permanente. La funzione della Scuola consiste proprio nel trasformare le differenze di approccio e di sensibilità culturale in una occasione di crescita comune, evitando che il pluralismo si riduca ad appartenenza o contrapposizione. In questo scenario la Scuola è chiamata a svolgere una funzione essenziale, volta a trasformare il pluralismo in dialogo e il dissenso in crescita professionale condivisa.
Ma vi è un ulteriore aspetto che merita di essere sottolineato. La Scuola non può pensare di affrontare da sola le trasformazioni che attendono la giustizia italiana. L’autonomia, che rappresenta un valore fondamentale, non può tradursi in autoreferenzialità. Al contrario, la forza della Scuola dipenderà sempre più dalla capacità di costruire relazioni stabili e costruttive con il Consiglio Superiore della Magistratura, con l’Associazione Nazionale Magistrati, con il Ministero della Giustizia e degli affari esteri, con il sistema universitario e con gli attori chiamati a concorrere alla formazione delle future generazioni di magistrati.
In questa direzione appaiono particolarmente significative le esperienze già maturate attraverso tavoli tecnici che hanno coinvolto la Scuola, il Consiglio Superiore della Magistratura, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ed il Ministero della Giustizia. Si tratta di esperienze che meriterebbero di essere ulteriormente sviluppate e sperimentate, nella consapevolezza che il confronto stabile tra istituzioni diverse consente di valorizzare le differenti competenze, prospettive e sensibilità che concorrono alla realizzazione della missione formativa. È proprio da questa pluralità di apporti che possono emergere con maggiore chiarezza i diversi volti della Scuola. Non volti contrapposti, ma complementari. La formazione iniziale e quella permanente, il livello centrale e quello decentrato, la dimensione nazionale e quella internazionale, la riflessione teorica e l'esperienza professionale concreta costituiscono aspetti diversi di una medesima missione istituzionale. Una Scuola che non rinuncia alla propria autonomia ma che trova nella condivisione delle conoscenze, delle esperienze e delle responsabilità istituzionali il modo migliore per elaborare strategie comuni e costruire percorsi formativi capaci di guardare al futuro della giurisdizione.
Si conferma così quella logica dell’et et che appare oggi ancora più necessaria. Non alternativa fra autonomia e responsabilità, fra formazione centrale e formazione decentrata, fra istituzioni e magistratura, fra pluralismo e indirizzo culturale. Piuttosto composizione paziente di piani diversi, chiamati a sostenersi reciprocamente nel rispetto delle competenze di ciascuno. La Scuola può offrire i suoi diversi volti solo se evita la logica dell’aut aut e assume il dialogo come metodo ordinario di costruzione delle proprie strategie.
Si tratta di interlocutori diversi per funzioni, competenze e responsabilità, ma tutti indispensabili. Il CSM resta il presidio costituzionale dell’autogoverno della magistratura e il principale interlocutore nella definizione delle politiche professionali della magistratura. L’ANM continua a rappresentare una sede fondamentale di elaborazione culturale e di confronto sulle condizioni di esercizio della giurisdizione, come è emerso di recente in occasione dell’incontro svoltosi a inizio luglio con il Comitato direttivo della Scuola.
La Scuola può e deve diventare il luogo nel quale queste diverse prospettive non si annullano ma si incontrano nel rispetto delle reciproche competenze, per costruire una visione condivisa delle sfide che attendono la giurisdizione. Fra tali sfide ve n’è una che rischia di essere sottovalutata e che, invece, potrebbe incidere profondamente sul futuro stesso della magistratura. Il pensiero va alla riforma dell’accesso al concorso in magistratura ed alle nuove competenze per la preparazione degli aspiranti magistrati.
Le innovazioni normative più recenti, d.l. n.19/2026, aprono una fase nuova nei rapporti fra università, scuole di specializzazione e formazione affidata alla Scuola della magistratura. Non si tratta semplicemente di organizzare nuovi corsi o di predisporre percorsi preparatori al concorso. La questione è assai più sfidante e ambiziosa. Si tratta di individuare quali conoscenze, quali competenze e quale cultura professionale debbano caratterizzare il magistrato del futuro.
In questo contesto la Scuola è chiamata a svolgere una funzione strategica. Essa può contribuire, insieme all'università e alle altre istituzioni coinvolte, alla definizione di standard formativi comuni, alla costruzione di modelli didattici innovativi e all’elaborazione di una formazione iniziale che attraverso la preparazione delle prove concorsuali accompagni il futuro magistrato nella comprensione del ruolo costituzionale che sarà chiamato ad esercitare.
L'accesso alla magistratura, lungi dall’essere mera procedura selettiva, rappresenta il primo momento di costruzione dell’identità professionale del giudice. Per questa ragione occorre una riflessione comune che coinvolga le Istituzioni sopra ricordate, posto che la qualità della giurisdizione di domani dipenderà in larga misura dalle scelte che verranno compiute oggi in materia di formazione iniziale.
Accanto a questa sfida ve ne sono altre non meno rilevanti e, fra questi, l’intelligenza artificiale e la digitalizzazione della giustizia. Tutti temi che richiedono sedi capaci di sviluppare riflessioni di lungo periodo e di sottrarre il confronto al rischio della polarizzazione.
Anche per questo la trasparenza assume un valore decisivo. La credibilità della Scuola dipende dalla capacità di rendere pienamente conoscibili le proprie attività e comprensibili le ragioni delle proprie scelte, nel necessario equilibrio tra esigenze di trasparenza, comprensibilità e completa spiegabilità delle decisioni e tutela delle (sole) situazioni personali che meritano riservatezza. Quanto più efficace e completa sarà la comunicazione istituzionale, quanto più comprensibile risulterà il dibattito pubblico sul funzionamento della SSM.
La migliore risposta alle incomprensioni e alle difficoltà che possono emergere nel dibattito istituzionale non è il silenzio o la rappresentazione monocorde delle deliberazioni adottate. È, al contrario, una informazione istituzionale aperta, accessibile e spiegabile. Tutti i componenti del direttivo hanno il dovere di concorrere, con equilibrio e senso di responsabilità, a favorire la comprensione pubblica delle scelte compiute, sempre nell'interesse della Scuola e non di posizioni individuali. Tale responsabilità assume oggi un rilievo ancora maggiore ove si consideri che la divulgazione parziale e largamente omissata dei verbali del Comitato direttivo, specie nelle parti motive, non sempre consente di cogliere pienamente il percorso deliberativo e il confronto che hanno preceduto la decisione finale. In una istituzione che aveva individuato nella pubblicazione dei verbali la regola ordinaria di funzionamento dell'organo, spetta dunque anche ai suoi componenti contribuire a rendere percepibile il significato delle scelte compiute e la coerenza delle stesse rispetto alla missione della Scuola. Quest'esigenza di spiegabilità e di apertura verso l'esterno costituisce uno degli strumenti più efficaci per rafforzare il rapporto di fiducia tra la Scuola, la magistratura ed i suoi naturali destinatari.
Solo seguendo questa prospettiva è possibile chiarire che le criticità contingenti non debbono mai essere confuse con il valore dell’istituzione. La storia della Scuola non può essere letta soltanto attraverso le difficoltà di una determinata fase o di una determinata stagione. Gli organi passano. Le vicende contingenti passano. La funzione della Scuola resta.
Per affrontare queste sfide la Scuola non può chiudersi in sé stessa. Deve rafforzare in modo pieno ed efficace la propria capacità di dialogo interno ed esterno, non già per abdicare alla propria autonomia, ma per esercitarla pienamente. L’autonomia si misura, giorno dopo giorno, nell’attitudine al confronto aperto a tutte le istituzioni che condividono la responsabilità del buon funzionamento della giurisdizione e nel creare fiducia in tutta la magistratura. Decisioni non chiare possono alimentare, in una parte della magistratura, sfiducia verso la Scuola, con il rischio di oscurare non solo la sua immagine, ma anche il lavoro formativo svolto e ancora in corso a beneficio dei magistrati italiani ed europei.
Se riusciremo a coltivare quest’idea di Scuola il dialogo con il CSM, con l’Università, l’ANM ed il Ministero non costituirà semplicemente un'occasione di interlocuzione istituzionale, diventando parte integrante di un progetto comune volto a rafforzare la qualità della formazione, la cultura della giurisdizione e, in definitiva, la stessa tenuta dello Stato di diritto.
La Scuola è chiamata a custodire questa logica dell'et et. Fra autonomia e cooperazione, fra pluralismo e unità, fra innovazione e tradizione, fra dimensione nazionale e sovranazionale. È in questa capacità di tenere insieme esperienze, culture e prospettive differenti e non sull’essere ciascuno conservatore e/o progressista che si deve misurare la sua funzione al servizio della giurisdizione e dello Stato di diritto.
Roberto Giovanni Conti, 21 agosto 2026





